La valutazione della competenza a testimoniare del minore - Bianconi
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La valutazione della competenza a testimoniare del minore

La valutazione della competenza a testimoniare del minore

A disciplinare la capacità di testimoniare è l’articolo 196 del c.p.p., che a riguardo afferma quanto segue:
1. ogni persona ha la capacità di testimoniare;
2. qualora, al fine di valutare le dichiarazioni del testimone, sia necessario verificare l’idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza, il giudice anche d’ufficio può ordinare gli accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla legge;
3. i risultati degli accertamenti che, a norma del comma 2, siano stati deposti prima dell’esame testimoniale non precludono l’assunzione della testimonianza.

Nel sistema processuale italiano non ci sono esplicite preclusioni alla capacità a testimoniare riferite all’età del testimone: la giurisprudenza, pur sottolineando l’obbligo del giudice di procedere ad un’attenta valutazione delle dichiarazioni accusatorie fatte da minori, è concorde nel ritenere che non si debba discriminare tra le dichiarazioni di testimoni che prestano giuramento e quelle di minori di anni quattordici che, come è noto, non lo prestano.

Appare quindi evidente come anche ai soggetti di minore età vengano riconosciuti l’opportunità e il diritto ad essere ascoltati, così come già sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo del 1989.

“la minore età di un testimone, non incide sulla capacità di testimoniare, che è disciplinata dal principio generale contenuto nell’articolo 196, comma 1, del c.p.p., bensì, semmai, sulla valutazione della testimonianza e, cioè, sulla sua attendibilità” (Cass. Pen., sez. III, 28 febbraio 2003).

Nella normativa corrente quindi emerge una equiparazione del minore all’adulto, per cui la sua testimonianza, indipendentemente dall’età anagrafica è considerata fonte legittima di prova.

La testimonianza del minore nel sistema processuale italiano riveste, pertanto, grande importanza soprattutto nei reati in cui l’accusa è di presunti abusi sessuali.

Quasi sempre, in questi casi il minore è l’unico testimone oculare di quanto accadutogli, pertanto dovrà fornire un resoconto testimoniale che rappresenterà l’unico elemento di prova di reato.

Il giudice, in questi casi, può incaricare un esperto di condurre degli accertamenti per verificare l’idoneità fisica e mentale a rendere testimonianza. Il giudice può quindi scegliere di avvalersi, nell’esame di un minore, di un esperto forense che lo aiuti, durante l’interrogatorio, a decidere “se fidarsi o non fidarsi” della testimonianza del bambino.

A tal proposito sono state messe a punto diverse Linee Guida specifiche per un corretto esame testimoniale di minori vittime di abusi sessuali, che dovrebbero rappresentare dei riferimenti per coloro che operano in tale ambito. Protocolli quali quelli che rimandano alla terza revisione della Carta di Noto e alle Linee Guida Nazionali sull’Ascolto del Minore Testimone derivanti dalla “Consensus Conference Intersocietaria” sono atti a formalizzare le più aggiornate conoscenze scientifiche in questo campo e vogliono venire in aiuto dell’esperto nelle indagini nei confronti dei minori.

Il perito dovrà valutare l’attitudine del bambino a testimoniare, cioè le sue competenze, (insieme di caratteristiche cognitive, affettive e sociali, le sue capacità percettive, mnemoniche, lessicali, la capacità di distinguere la realtà dall’immaginazione, naturalmente con riferimento alla fascia di età d’appartenenza) e la sua credibilità (intesa come l’eventuale influenza di aspetti suggestivi o motivazionali nella testimonianza).

Non spetta all’esperto esprimersi circa i contenuti della testimonianza (“All’esperto non può essere demandato il compito di accertare la veridicità di quanto raccontato dal bambino”). Il compito di accertare la veridicità di quanto raccontato dal bambino è infatti “di esclusiva competenza del Giudice”.

Nel raccogliere e valutare le informazioni del minore il perito deve inoltre esplicitare i modelli teorici di riferimento ed utilizzare metodologie che siano reperibili, accurate e riconosciute come affidabili dalla comunità scientifica di riferimento per consentire una adeguata valutazione critica dei risultati.

L’accertamento dell’esperto deve comprendere l’esame della capacità cognitiva generale (incluso source monitoring); della capacità di comprendere il linguaggio verbale; della memoria autobiografica; della capacità, commisurata all’età, di discriminare realtà da fantasia, verosimile da non verosimile, assurdo da plausibile; della capacità discriminatoria ed interpretativa di stati mentali propri o altrui (funzione riflessiva); del livello di suggestionabilità.

È inoltre compito dell’esperto soffermarsi sul contesto in cui si assume abbiano avuto origine gli abusi. L’esperto deve analizzare sia le dinamiche “che hanno condotto il minore a riferire o rivisitare la propria esperienza”, sia il peso di un eventuale “interazione fra caratteristiche personali e caratteristiche del fatto” e cercare di ricostruire, qualora più bambini risultino presunte vittime di abuso, “eventuali reciproche influenze nelle dichiarazioni e le caratteristiche comunicative del contesto”.

L’esperto dovrà infine adoperarsi per garantire:
1. la conoscenza e il rispetto dei diritti dell’infanzia in ogni momento del percorso giudiziario;
2. la tutela della salute psichica del singolo minore in relazione alle sue caratteristiche di personalità, di storia e contesto di vita;
3. il possesso di una competenza approfondita delle procedure di ascolto e valutazione del minore nel rispetto della serenità e spontaneità del bambino con cui andrà creato un rapporto di fiducia, evitando domande suggestive e/o induttive” (Premessa alla prassi peritale).

La complessità della materia richiede una formazione continua ed adeguata sulla psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza, sulle dinamiche familiari, come pure sulla psicologia giuridica e sulla psicodiagnostica che possa sostenere lo psicologo forense nel suo operato.