DISCALCULIA E DISLESSIA: CAUSE COMUNI O INDIPENDENTI? LE IMPLICAZIONI PER L'INTERVENTO - Bianconi
16029
single,single-post,postid-16029,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-8.0,wpb-js-composer js-comp-ver-4.9.2,vc_responsive
 

DISCALCULIA E DISLESSIA: CAUSE COMUNI O INDIPENDENTI? LE IMPLICAZIONI PER L’INTERVENTO

DISCALCULIA E DISLESSIA: CAUSE COMUNI O INDIPENDENTI? LE IMPLICAZIONI PER L’INTERVENTO

11743-NORPQ3

Le diagnosi di disturbi specifici della lettura, della scrittura e del calcolo prendono in considerazione nella descrizione dei sintomi sia le competenze strumentali sottese al processo di automatizzazione (ad es. saper contare, leggere i numeri, velocità e accuratezza nella lettura), sia deficit di strategie (come il soggetto di organizza per risolvere un calcolo) e di comprensione del testo.

Mentre per diagnosticare un disturbo specifico della lettura c’è concordanza nel ritenere accuratezza e velocità i marker clinici principali, per il disturbo di calcolo non ci sono ancora indicazioni precise. Cumming e Elkins propongono la mancanza di automatismo nell’acquisizione di algoritmi additivi di base (esempio «fatti additivi» come 100 + x) quale caratteristica principale nei problemi di apprendimento matematico. Per Butterworth, invece, i bambini con difficoltà nell’apprendimento dell’aritmetica non possederebbero la capacità innata di confrontare le quantità.

Per Biancardi e Nicoletti gli indicatori di un disturbo del calcolo potrebbero essere i processi di transcodifica e la capacità di ripetere numeri a tre, quattro e cinque cifre.

Per poter effettuare una diagnosi di disturbo del calcolo sono necessarie prove che indaghino il livello di acquisizione dei processi di transcodifica (lettura e scrittura di numeri), delle conoscenze numeriche (codifica lessicale e semantica del numero), delle procedure di calcolo e di recupero di combinazioni numeriche.

Tali prove e considerazioni circa quali siano i marker clinici del disturbo permettono di individuare profili con caratteristiche cognitive molto diverse tra loro, con per conseguenza difficoltà nel confrontare i risultati delle ricerche sia di tipo epidemiologico sia di comprensione del fenomeno.

Posto che le caratteristiche cognitive di bambini con specifiche difficoltà di apprendimento sono molto diverse tra loro siamo portati a chiederci se le caratteristiche cognitive della discalculia siano uguali o diverse a seconda che il disturbo si presenti o meno in comorbilità con dislessia.

Morrison e Siegel prendono in esame soggetti con diversi sottotipi di disabilità aritmetiche: quelli con associata difficoltà di lettura, quelli con associata difficoltà ortografica e quelli con disturbo isolato. Nei primi due gruppi si rilevano spesso deficit in compiti di memoria verbale a breve termine e di lavoro; in quelli con disturbo specifico sono più frequenti le difficoltà in compiti visuopercettivi e visuospaziali. Un sottogruppo, da ultimo, presenta entrambi i tipi di difficoltà e probabilmente raccoglie i soggetti con difficoltà di apprendimento maggiormente estese e profonde.

Nella sua rassegna sulle disabilità in matematica, Geary individua tre sottotipi di disturbo: il primo con prevalente deficit nella memoria verbale, spesso associato a difficoltà di lettura, il secondo e il terzo con deficit specifici rispettivamente prevalenti nelle procedure di calcolo e nelle abilità visuospaziali, confermando sostanzialmente i dati di Morrison e Siegel.

Shalev, Manor e Gross-Tsur, al contrario, non identificano differenze nel profilo neuropsicologico dei soggetti con discalculia pura e discalculia associata a dislessia. Dalle loro osservazioni emergono prestazioni inferiori nell’esecuzione di sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni e nel recupero di fatti numerici in chi presenta il disturbo in comorbilità con dislessia rispetto al campione con sola discalculia. La condizione di comorbilità di dislessia e discalculia determinerebbe pertanto un quadro clinico più grave rispetto alla manifestazione del disturbo isolato.

Jordan, Kaplan e Hanich hanno seguito, dalla seconda alla terza elementare, l’evoluzione di quattro gruppi di alunni: un gruppo di alunni con sola discalculia, un altro con discalculia associata a difficoltà di lettura, un terzo con solo difficoltà di lettura e infine un quarto senza difficoltà di apprendimento. I dati raccolti confermano che il gruppo con discalculia associata a difficoltà di lettura ha uno sviluppo dell’apprendimento aritmetico inferiore rispetto al gruppo con sola discalculia, indipendentemente dal livello di QI e dalla condizione socioculturale. La storia del disturbo e la sua evoluzione risultano rallentate sia se il livello iniziale della difficoltà di calcolo è moderata, sotto il 35° percentile, sia se più grave, sotto il 15° percentile.

Da questi dati emergerebbe il fatto che l’associazione tra discalculia e dislessia, o comunque con una difficoltà di lettura, comporta una maggiore gravità del disturbo di calcolo e una minore capacità di recupero, e che spesso, ma non sempre, i due disturbi hanno in comune una difficoltà di memoria verbale, come hanno dimostrato anche McLean e Hitch.

È evidente quindi che ci siano delle differenze tra discalculia associata a dislessia e discalculia pura. C’è allo stesso modo riscontro, però, del fatto che non sempre la dislessia comporta una qualche difficoltà di calcolo distinta da quelle osservate quando queste ultime sono isolate, cosa che suggerisce l’assenza di cause comuni ai sintomi della dislessia e della discalculia.

Landerl, Bevan e Butterworth cercano di approfondire ulteriormente questo problema confrontando le prestazioni di bambini di 8 e 9 anni selezionati con rigorosi criteri clinici per discalculia e dislessia (un cutoff di -3 deviazioni standard per ridurre l’incidenza di falsi positivi). Il confronto fra tre gruppi, uno con solo dislessia, uno con solo discalculia e uno con entrambe queste difficoltà, in diversi compiti aritmetici (come ad esempio lettura e scrittura di numeri, confronto di quantità fino a 9, conteggio e nu- merazione), non ha rilevato differenze qualitative né nell’accuratezza né nella rapidità tra i due gruppi con discalculia. Il gruppo con doppio problema ha dimostrato solo un maggior numero di errori e una maggiore lentezza confermando soltanto una differenza nella gravità tra questi due gruppi.

Lo stesso risultato è stato ottenuto da uno studio italiano condotto da Rosati, Lucangeli e Tressoldi in un’analisi di casi singoli selezionati con rigorosi criteri per definire lo stato di disabilità in lettura e calcolo. I profili dei bambini con discalculia pura e discalculia associata a dislessia non erano per niente differenziabili tra loro, confermando ancora una volta la mancanza di difficoltà di calcolo costantemente associate a dislessia.

Da quanto detto sino ad ora emerge quindi che l’associazione tra discalculia e dislessia comporta una maggiore gravità del disturbo di calcolo e una minore capacità di recupero, e che spesso, ma non sempre, i due disturbi hanno in comune una difficoltà di memoria verbale, a conferma del fatto che il profilo di discalculia associata a dislessia ha delle specificità rispetto a quello di discalculia pura.

C’è allo stesso modo riscontro, però, del fatto che le difficoltà di calcolo non sono costantemente associate a dislessia, cosa che disconferma l’ipotesi di cause comuni ai due disturbi, che vanno quindi intesi come indipendenti.

Quali possono essere le implicazioni dal punto di vista diagnostico e abilitativo?

Dal punto di vista diagnostico ne deriva la necessità di analizzare le caratteristiche del disturbo di lettura in modo indipendente da quello del calcolo, utilizzando quindi una batteria di prove distinte.

Dal punto di vista abilitativo ne consegue che, se si vuole migliorare la situazione di discalculia, occorre proporre delle attività di recupero completamente diverse da quelle utilizzate per il recupero dell’abilità di lettura.

Possiamo affermare che in letteratura esiste quindi un certo accordo almeno sui seguenti punti:

  • la condizione di dislessia non comporta necessariamente uno specifico deficit anche nell’area del numero, anche se la presenza dei disturbi in comorbilità è frequente;
  • nelle condizioni di comorbilità di dislessia e discalculia, le caratteristiche di quest’ultimo disturbo devono essere intese come indipendenti da quelle del primo (quindi si tratterebbe di vera comorbilità);
  • quando il disturbo della lettura è associato a discalculia, il recupero del disturbo del calcolo potrebbe risultare più difficile perché le aree compromesse possono essere molte;
  • entrambi i disturbi sembrano implicare una generale difficoltà nella velocità di processazione dello stimolo.

La scelta degli esercizi di trattamento sarà allora subordinata ad una precisa disamina del profilo delle prestazioni raccolte in ogni specifico caso.